L’abito della voce: arte, flamenco y raíces

artist sofia candeo known as art syamhope makes art which transforms
  1. Quali voci rimangono nascoste dietro una tradizione che il mondo celebra, ma le cui origini non sempre vengono riconosciute?
  2. E che cosa accade quando una cultura viene ammirata mentre le persone che l’hanno tramandata restano ai margini del racconto?
  3. Come unire la storia di un popolo itinerante, i ricordi di un paesino e la storia di un vestito umile diventato oggi una moda?

Attraverso interviste, testimonianze, osservazione e sperimentazione artistica, il progetto esplora il rapporto tra arte, cultura Caló, flamenco e memoria collettiva. Dietro un vestito, una parola o una musica possono esistere storie familiari, esperienze di discriminazione, forme di resistenza e conoscenze che continuano a vivere grazie alle persone che le custodiscono.

pages from the artist book of sofia candeo of social art about flamenco

Quando le parole possono rendere invisibili le radici

Come chiamiamo una tradizione? E chi ha il diritto di riconoscersi nelle parole con cui viene raccontata?

Durante la ricerca è emersa una questione importante legata all’espressione spagnola traje de flamenco, comunemente utilizzata per indicare l’abito femminile associato al flamenco. Per le persone Caló, questa denominazione risulta offensiva quando contribuisce a separare l’abito e la tradizione dalle loro radici Caló, trasformandoli in un simbolo folcloristico o regionale che sembra appartenere a tuttə, mentre il contributo delle comunità Caló che li hanno tramandati rischia di diventare invisibile.

Non si tratta di stabilire che un’espressione sia necessariamente offensiva per chiunque, né di imporre un’unica denominazione. Si tratta, piuttosto, di ascoltare e comprendere il significato storico e personale che un oggetto, come l’abito, può assumere.

Riconoscere queste radici non significa negare le altre influenze che hanno contribuito allo sviluppo del flamenco, ma evitare che il riconoscimento della tradizione avvenga a scapito delle persone e delle comunità da cui proviene: per questo, in “El vestido de la voz” (L’abito della voce) il contributo delle persone di Benarrabá è fondamentale per comprenderne la storia, le forme espressive e la trasmissione orale.

Nel contesto attuale alcuni passi avanti sono stati fatti: per esempio la Legge andalusa sul flamenco riconosce il ruolo Caló nella storia nel Flamenco (Junta de Andalucía – Ley Andaluza del Flamenco) e sono state riconosciute ufficialmente due giornate dedicate una l‘8 Aprile, Giornata internazionale dei Rom (in Italia viene celebrato ma non è riconosciuto ufficialmente) e il 22 di Novembre, Giornata dell’arrivo Caló in Andalusia.

Tuttavia, a livello nazionale permangono nell’uso quotidiano espressioni che cercano di cancellare o di evitare di riconoscere il grande contributo del popolo caló in termini di patrimonio etnografico (arte, musica, cucina, lingua, sapienza artigianale…), mentre l’obiettivo è proseguire il cammino verso una convivenza più inclusiva e un riscatto sociale che riconosca questo valore.

Senza dubbio, il flamenco, oggi riconosciuto dall’UNESCO come Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità dal 2010, non esisterebbe senza l’impegno del popolo Caló che, nonostante un’eredità dolorosa, ha continuato a tramandare questo tesoro e a conservarlo, anche senza parole, nella memoria della propria voce.

A livello istituzionale spagnolo viene riconosciuto oggi come una tradizione viva, trasmessa attraverso la pratica, l’oralità e le relazioni (Junta de Andalucía – Flamenco e patrimonio culturale immateriale).

«A volte le persone non arrivano a conoscerci.
Mi piacerebbe avere l’opportunità di mostrare loro che non siamo tutti delinquenti».

de Auxi – María Auxiliadora Nuñez Nuñez
Caló di Benarrabá e prima donna della sua famiglia a sposarsi con qualcuno non appartenente alla comunità Caló

Caló: lingua, identità e memoria storica

La ricerca artistica sociale Art SyamHope ha portato anche a riflettere sulla memoria storica delle comunità Caló e sulle ripetute forme di repressione perpetuate in Spagna fino a pochi anni fa.

Negli appunti raccolti emerge in particolare il periodo della dittatura franchista, durante il quale le politiche repressive e assimilazioniste colpirono le persone gitane attraverso la sorveglianza, la criminalizzazione di aspetti della loro vita quotidiana e la persecuzione di tradizioni e attività economiche. Gli appunti documentano inoltre la stigmatizzazione del Caló, descritto dalle autorità come un gergo criminale, e la repressione delle espressioni culturali incluse quelle che oggi sono parte del Flamenco.

Questa memoria locale si inserisce in una storia più ampia di persecuzioni e perdita culturale. La stessa Junta de Andalucía, nel ricostruire la storia del popolo gitano andaluso, riconosce che le persecuzioni storiche hanno contribuito alla perdita di una parte significativa della sua cultura e della sua lingua.

Parlare di cultura Caló significa quindi riconoscerne i valori etnografici (arte, lingua, cucina, cultura…) molti dei quali sono stati anche adottati nella stessa cultura spagnola, ma anche dare spazio alle persone che ne custodiscono le tracce nelle relazioni familiari, nei racconti, nei gesti e nelle esperienze condivise.

Nel panorama della Valle del Genal, Benarrabá rappresenta un esempio reale sul territorio di convivenza positiva con la comunità Caló di cui un riferimento fondamentale è la figura di Manuel Núñez Romero (classe 1948), detto Manolete: nelle interviste con la artista Sofia Candeo in Art SyamHope condivide un vero e proprio pezzo di storia dove grazie alla tradizione familiare in cui nascono, lui e i fratelli Luis e Simón Nuñez, arriva e si diffonde il Flamenco a Benarrabá.

Anche l’abito racconta questa tensione. Nei ricordi raccolti a Benarrabá, Manolete evoca le nonne Ana e Rafaela, che indossavano quotidianamente gonne lunghe e colorate, pettini ornamentali e fiori tra i capelli. Gli elementi che oggi vengono associati all’immaginario del vestito flamenco facevano parte, in quei ricordi, di una vita vissuta e di un modo di vestire legato all’umiltà e alla quotidianità rurale.

La testimonianza di Toñi Núñez, nipote di Manolete ed esperta sociale, aggiunge anche un’altra prospettiva che sottolinea la distinzione tra “convivenza” e “integrazione” e l’importanza di scegliere con cura le parole ed espressioni che utilizziamo e diamo per scontate nella quotidianità:

CON-VIVERE = vivere insieme, nel rispetto e sullo stesso piano, ciascuno con la propria identità, che continua a evolversi.

IN-TEGRARE = includere qualcuno che viene dall’esterno, ma che, per essere accettato, deve perdere la propria identità, diventare una versione «annacquata» di sé e dimostrare il proprio valore.

“L’abito della voce” nasce proprio dal desiderio di ascoltare e preservare la storia di Benarrabá e delle sue persone.

La famiglia Núñez:

il flamenco come eredità condivisa a Benarrabá

Una parte significativa della ricerca riguarda la presenza della famiglia Caló Núñez nella storia flamenca di Benarrabá.

Attraverso le interviste realizzate dall’artista Sofia Candeo in Arte SyamHope, la figura di Manolete permette di avvicinarsi a un vero e proprio pezzo di storia fatta a persona, dove si intrecciano vicende familiari, migrazioni, musica e vita del paese. Nato nel 1948 e arrivato a Benarrabá da bambino, Manolete ricorda il percorso della propria famiglia che ha vissuto la guerra e la persecuzione fino ad arrivare a Benarrabá.

Qui, grazie alla tradizione familiare, Manolete e i fratelli Simón e Luis Núñez diffondono il flamenco cantando e suonando fino a fondare negli anni ’70 la Peña Flamenca.

Dopo la morte di Simón e Luis, amicə e persone del paese che avevano condiviso momenti di vita con la famiglia hanno voluto mantenere vivo il ricordo e il patrimonio artistico dei due fratelli. Così, nel 2013, con il sostegno della famiglia nacque l’Associazione Flamenco-Culturale “Simón y Luis Núñez”, che per anni ha organizzato un festival con artistə di rilievo come Camarón de la Isla.

Il racconto di Carmen Núñez, figlia di Manolete, restituisce il carattere profondamente collettivo di quell’esperienza dove famiglie, amicə e abitanti, tutti contribuivano a sostenere i costi degli spettacoli.

Il festival è diventato nel tempo un appuntamento riconosciuto nella vita culturale di Benarrabá fatto ancora oggi fatto di relazioni, impegno condiviso e riconoscimento di una tradizione che non viene mantenuta viva soltanto da chi appartiene alla famiglia o è Caló, ma anche da tutti gli amici e le associazioni che riconoscono il valore della tradizione del Flamenco e delle sue radici come quelle di Luis e Simón Núñez.

Riconoscere questa storia significa comprendere che il flamenco non è sempre stato lo spettacolo che conosciamo oggi e che è stato commercializzato:

Il flamenco nasconde in sé una storia di sofferenza, che lotta per resistere e continuare a condividere la sua arte con una voce e un ritmo che nascono dal cuore, e che ha radici nei valori di umiltà, condivisione, rurali, della comunità e delle generazioni che si uniscono attraverso il flamenco, con persone concrete, le loro famiglie e le relazioni costruite nel tempo.

«Non posso vivere senza flamenco»

Durante la ricerca artistica del “Vestido de la voz”, una domanda rivolta a Manolete ha aperto una riflessione sull’essenza del flamenco: che cosa rappresenta per lui?

E aggiunge che viene dal diaframma e dal cuore, che bisogna nascere con il Flamenco e sentirlo dentro, perché la tecnica, pur essendo apprendibile, non è sufficiente.

Mentre la figlia e poeta, Carmen, racconta una relazione altrettanto profonda con il Flamenco: anche senza saper cantare, suonare o fare il tipico ritmo flamenco con le mani, ha vissuto con quest’arte in casa fin dall’infanzia, con il padre Manolete e lo zio che cantavano sempre e ancora di più poi durante le feste e le occasioni condivise per le strade del paese; oggi continua a rendere vivi questi ricordi condividendo questa passione con i figli e scrivendo poesie.

Queste testimonianze restituiscono una dimensione del flamenco che grazie all’arte rivive attraverso la memoria, l’ascolto e la partecipazione.

E ci insegna che la conoscenza culturale non è solo passato ma abita il corpo, il respiro, il ritmo e la memoria di chi ha vissuto una tradizione sulla propria pelle.

Le mani che custodiscono la memoria:

il sapere delle sarte e il contesto tessile del flamenco

Accanto alle testimonianze legate al flamenco, la ricerca ha incontrato il sapere delle sarte María Barranco García e Mónica Crişan.

Con le loro interviste è emerso il contesto tessile dell’abito come lo conosciamo oggi e che assume definizioni diverse a seconda della forma in cui viene cucito e adornato, seguendo oggi soprattutto la moda invece della tradizione, dimenticandone spesso l’origine Caló.

Ogni abito è anche una relazione tra materia e persona in cui i colori, le fantasie, il volume e la forma possono esprimere preferenze, carattere e stati d’animo. La scelta di un vestito non riguarda soltanto l’aspetto esteriore, ma anche il modo in cui una persona desidera sentirsi e presentarsi al mondo.

Questi saperi richiedono tempo e anche forza fisica (immagina quanto può pesare un vestito di almeno 14 metri di tela!) e grazie a loro vengono tramandate le conoscenze manuali e artigianali che permettono che questa tradizione dello spettacolo del flamenco venga oggi apprezzata esteticamente in occasione de “Las ferias” e “Romerías” (feste che vengono attese durante tutto l’anno e di una grandissima importanza per l’Andalusia).

Creare a partire dal territorio, il valore della presenza dell’artista sul posto

  • La ricerca è iniziata prima di tutto esplorando il contesto naturale e le possibilità espressive dei materiali legati al paesaggio di Benarrabá: il sughero e gli elementi del castagno, le fibre e i tessuti sono i più simbolici e rappresentativi.
  • Raccogliere, osservare, toccare e trasformare questi materiali ha aperto un dialogo in cui gli elementi del territorio sono diventati punti di partenza per la creazione e la ricerca sociale sull’identità del territorio di Benarrabá.
  • Successivamente, l’osservazione partecipante nella vita del paesino e l’ascolto hanno portato alla creazione di un processo creativo da cui è nato un quaderno d’artista Art SyamHope creato a partire dai materiali locali che raccoglie tracce della ricerca, sperimentazioni materiche, appunti delle interviste con parole e dipinti in diretto, emozioni e ricordi condivisi.

La pratica artistica diventa così una forma di partecipazione collettiva per dare voce con l’arte ai bisogni attuali del territorio: non arrivare con un’idea già definita dove il luogo è solo uno scenario, ma osservare con curiosità, ascoltare le persone e con l’arte unire i racconti e la storia di Benarrabá.

Lavorare con una comunità richiede tempo, responsabilità e delicatezza.

La ricerca artistica può creare occasioni di incontro, ma deve farlo rispettando l’identità locale ed evitando di trasformare la cultura in un’immagine commerciale destinata esclusivamente al consumo turistico. Per questo “El vestido de la voz” cerca con umiltà e cariño di aiutare a preservare la storia delle persone di Benarrabá e dar loro voce per far sí che vengano ascoltate con l’arte. Cerca anche di fare luce sulla tradizione del flamenco per far sì che se ne conosca la storia, anche quando la bellezza di un vestito alla moda prevale agli occhi del consumo moderno e si converte in un prodotto estetico ma sempre più distante dalle proprie origini umili.

Questa attenzione è particolarmente importante quando si lavora con patrimoni culturali segnati da discriminazioni e processi di invisibilizzazione. La bellezza di una tradizione non dovrebbe diventare un motivo per dimenticare le difficoltà attraversate da chi l’ha mantenuta viva.

Art SyamHope: arte, ricerca e connessione umana

In Art SyamHope la creazione artistica viene intesa come un’opportunità umana per esplorare storie, identità e relazioni sociali attraverso uno sguardo sensibile e contemporaneo. “El vestido de la voz” riflette questo approccio: ricercare prima di rappresentare, ascoltare prima di interpretare e riconoscere la complessità delle culture con cui entriamo in contatto.

Il processo creativo crea valore e costruisce relazioni umane. Questo metodo può aprire nuove possibilità per progetti culturali, iniziative comunitarie, realtà creative e organizzazioni che desiderano raccontare la propria identità andando oltre i discorsi abituali, senza perdere di vista le persone e le esperienze che danno loro significato.

Attraverso la ricerca artistica e la collaborazione culturale, le storie possono trovare nuove forme di espressione e ascolto: un’opera, un percorso partecipativo, una pubblicazione o un’esperienza capace di mettere in relazione persone e preservare la storia valorizzando il presente.

Per riconoscere la partecipazione delle persone, abbiamo regalato, grazie all’appoggio del Comune di Benarrabá, una copia a ogni persona che ha partecipato al progetto e facilitato a un valore simbolico (2€) le copie per gli altri abitanti del posto. Se anche tu vuoi approfondire “El vestido de la voz” ora è facile grazie alla pubblicazione ufficiale tramite Amazon (al momento disponibile solo in spagnolo): sostieni il “Vestido de la voz” e i futuri progetti sociali Art SyamHope.

Il libro contiene le foto delle interviste, le opere pittoriche, i materiali naturali e un’approfondita ricerca artistico sul contesto sociale, storico e tessile da cui proviene il vestito, che non è altro che una piccola parte della tradizione del flamenco.

Troverai il percorso dalle origini del flamenco in India con il “kathak” a come e perché è diventato un simbolo oggi, insieme all’abito, dell’Andalusia a livello internazionale nonostante la repressione del popolo Caló da cui proviene.

È curioso vedere come quello che oggi è un abito da lusso, di festa, e che proprio per questo crea disagio per chi non ha mai potuto permetterselo, proviene invece proprio da radici umili ed è piuttosto frutto della resilienza e nasce dal bisogno di trasformare il dolore con l’arte: il flamenco.

Le radici nutrono il futuro

“El vestido de la voz” è un invito a guardare le tradizioni più in profondità: a celebrarne la bellezza senza cancellarne la storia, a condividerle senza privare le comunità della propria voce e a costruire narrazioni in cui la diversità culturale venga riconosciuta con dignità. Perché una tradizione non si onora soltanto ammirandone l’estetica ma anche riconoscendone le radici, ascoltando le persone che la mantengono viva e vivendola nel presente.

Hai una storia che merita di essere ascoltata?

In Art SyamHope accompagniamo processi creativi che mettono in relazione arte, cultura ed esperienza umana.

Se hai un’iniziativa culturale, una storia locale o un progetto che desideri raccontare attraverso nuove forme espressive, possiamo esplorare insieme come svilupparlo a partire dalla ricerca, dall’ascolto e dalla creazione artistica.

Parliamo delle storie che aspettano ancora di essere ascoltate e condivise, scrivimi:

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